MOSTRA FOTOGRAFICA SU PANNELLI
(22 aprile – 1 maggio 2022)
1943- 1945. Dai Gruppi di Combattimento al nuovo Esercito Italiano

La partecipazione diretta del Regio Esercito alla liberazione dell’Italia a fianco delle Armate anglo-americane è un capitolo di storia che onora le nostre Forze Armate, che ebbero un ruolo ben più importante di quanto si conosca. Fu una presenza di alto valore morale, i nostri soldati vollero concorrere direttamente alla liberazione d’Italia a fianco degli Alleati da protagonisti e non da gregari. Quei militari erano, nella maggioranza, reduci da oltre tre anni di guerra sfortunata, poco sentita, combattuta nonostante tutto, prevalentemente su fronti lontani dall’Italia. Il generoso impegno delle nostre unità dopo l’8 settembre 1943 contro i tedeschi dimostra che l’Esercito Italiano non si dissolse dopo i drammatici fatti seguiti all’armistizio. Molte furono travolte dall’aggressione germanica, ma rimasero integri i Comandi e le Grandi Unità dell’Italia meridionale e delle Isole, che costituirono poi la riserva dove trarre le forze per creare i primi reparti che parteciparono alla Guerra di Liberazione.
Non fu creata una nuova forza armata, era sempre l’Esercito Italiano nato nel 1861 che, anche se menomato, dette prova di vitalità, fierezza, amor patrio, combattendo a fianco degli Alleati, in una nobile gara di sacrificio e valore per 19 mesi, sul lungo e duro percorso verso la pianura padana.
L’Esercito di oggi può quindi vantare un’ininterrotta tradizione che dal Risorgimento, che diede all’Italia indipendenza e unità, giunse a quella Guerra di Liberazione che restituì alla nostra Nazione, libertà e dignità internazionale.
Nella lotta di Liberazione l’apporto delle Forze Armate fu fondamentale, con una presenza immediata, costante e operativa. Un esame obiettivo degli eventi testimonia che l’Esercito, quantitativamente e qualitativamente fu il principale protagonista combattente della lotta di Liberazione.
Il contributo dei reparti regolari dell’Esercito allo sforzo bellico che portò alla cacciata dei tedeschi dall’Italia, fu significativo sia in via diretta come forze combattenti, sia in quello del sostegno logistico operando nelle retrovie alleate. Indirettamente poi fu fondamentale l’apporto dei singoli militari alla costituzione e allo sviluppo delle formazioni partigiane.
I dati statistici ufficiali sul contributo delle Forze Armate alla Guerra di Liberazione indicano una forza di oltre 450.000 uomini alle armi, Carabinieri e Guardie di Finanza esclusi. Si stimano inoltre in circa 80.000 i militari che aderirono ad unità partigiane.
A questi si aggiunge il contributo allo sforzo bellico della manodopera dei militari prigionieri degli Alleati catturati nelle operazioni prima dell’armistizio. In migliaia accettarono volontariamente di collaborare con gli alleati prestando il proprio lavoro nei campi e nelle industrie alla macchina bellica alleata, negli Stati Uniti furono più di 37.000 in Gran Bretagna circa 125.000.
Oggi, di fronte a nuovi scenari geopolitici e alle prospettive di un’Europa sempre più unita ed integrata, è indispensabile riportare l’attenzione del Paese sui momenti fondanti della nostra Nazione e dell’attuale assetto europeo. La Guerra di Liberazione fu un momento di aggregazione nazionale intorno al ricostituito Esercito contro il nemico comune.
Riflettere sul sacrificio di quelli che combatterono per la libertà dell’Italia deve contribuire a disegnare un futuro migliore. Questi principi sono oggi alla base del nostro Esercito che, nel ricordo del passato, trova lo stimolo a operare al meglio per il bene del Paese, nello spirito democratico di quella costituzione nata dalla Guerra di Liberazione.








Il CASO BELLOMO – storia e considerazioni
Il Generale dell’Esercito italiano Nicola Bellomo fu fucilato dagli inglesi il giorno 11 settembre 1945, quindi dopo la fine della guerra. Può essere considerato l’ultimo caduto di guerra italiano.
La sua storia, drammatica ed emblematica, interessò storici e giornalisti. Il caso Bellomo fu ripreso e analizzato e non si può dire concluso. Presenta ancora lati oscuri
Parecchi libri furono scritti sulla sua vicenda. Ne scrisse Giovanni Di Giovanni in un suo libro Bellomo, un delitto di Stato, pubblicato nel 1970, in cui già nel titolo indica la sua interpretazione. Una ricostruzione della vicenda è stata proposta da Oreste Del Buono nell’articolo Fuoco inglese per il Generale comparso su Tuttolibri nell’ottobre 1993. Del Buono riavanza, nella sua ricostruzione dei fatti, le stesse ombre sulla vicenda e sulla correttezza del processo, poste in evidenza da Di Giovanni.
Nel 1995 Fiorella Bianco scrisse Il Caso Bellomo, attingendo alle numerose note e documenti lasciate da Barbara Bellomo, figlia del generale. Nel 2004 Federico Pirro scrisse Il Generale Bellomo. Mi piace ricordare che anche il generale Giuseppe Picca, presidente della Federazione di Bari dell’Istituto del Nastro Azzurro pubblicò interessanti articoli su di lui (Il Generale Bellomo – criminale di guerra o eroe?)
Sorge spontanea la domanda: chi fu Nicola Bellomo? Perché venne condannato a morte e fucilato dagli inglesi? Quali le sue colpe?
Prima di analizzarne vita e azioni bisogna premettere che Nicola Bellomo, prima ancora che generale, è un uomo con le sue contraddizioni, i suoi sentimenti, i suoi difetti, i suoi pregi, il suo carattere, il suo orgoglio. E’ fedele alla monarchia e a Casa Savoia. I suoi valori più alti sono la Patria, la dignità, l’onore, il dovere.
Nicola Bellomo nacque a Bari il 2 febbraio 1881. Diplomatosi nel 1901, entrò nella Regia Accademia di Artiglieria e Genio di Torino da cui uscì con il grado di Tenente nel 1904. Fu assegnato al 3° reggimento artiglieria da costa a Taranto, dove si sposò nel 1908.
Nel 1909 fu trasferito a Torino al 12° reggimento artiglieria da campagna e negli anni 1913-14 frequentò la Scuola di Guerra. Conseguì il brevetto di stato maggiore il 17 aprile 1915.
Iniziò la prima guerra mondiale come capitano per terminarla come tenente colonnello. Fu destinato al fronte dove ottenne una medaglia d’argento, una Croce al merito di Guerra e una Croce di Guerra francese, ma passò anche un anno allo Stato Maggiore. A Roma si rivide cion il fratello Antonio, divenuto sacerdote, ed entrambi operarono nel gruppo di lavoro che portò alla istituzione del Corpo dei Cappellani Militari e alla dispensa dei sacerdoti dal servizio militare.
(Il primo vescovo castrense fu Mons. Angelo Bartolomasi, un sacerdote di Pianezza).
In quell’occasione Papa Benedetto XV fece recapitare al capitano Bellomo un messaggio di apprezzamento.
Fin qui dunque una buona carriera, con responsabilità interessanti e ricompense al valore. Un bell’ufficiale, dunque.
Dopo la guerra fu trasferito allo Stato Maggiore della Divisione territoriale di Bari.
Portato per la meccanica, la motoristica, l’ingegneria si dedicò ai vari aspetti della motorizzazione dell’Esercito.
Promosso colonnello, nel 1930 assunse il comando della Direzione di Artiglieria del Corpo d’Armata di Napoli. L’incarico era ingrato e gli causò le prime inimicizie, Infatti la mala gestione economica dell’ente, le collusioni ed i compromessi avevano prodotto un deficit, che Bellomo risanò con una azione rapida e dura, tagliando privilegi, spostando personale, spendendo con oculatezza. Questo comportamento gli procurò un elogio dai superiori, ma suscitò notevole malanimo e risentimenti da parte del personale della Direzione, sia militare sia civile.
Bellomo comincia a farsi la fama di uomo duro, dal carattere difficile, non disponibile ai compromssi, persona con cui non si può andare d’accordo e che è meglio evitare. Inoltre la sua non nascosta avversione al regime fascista lo mette in cattiva luce. Ebbe anche a soffrire molto per la perdita di un figlio.
Nel 1935 avvenne un fatto che potremmo definire determinante per la carriera e la vita stessa di Bellomo, quando era capo dell’Ufficio Difesa dello Stato Maggiore per la Difesa Territoriale. In concomitanza con la campagna d’Etiopia e nel timore di reazioni inglesi in campo aereo, a Bellomo fu affidato il compito di condurre uno studio sulla situazione della difesa contraerei nazionale. Bellomo condusse personalmente lo studio, che durò tre mesi e che si conclue con giudizio assolutamente negativo. Di 130 batterie contrarei solo una trentina erano impiegabili. Il munizionamento, che doveva bastare per sei giornate, bastava per una giornata e mezza. Non vi erano proiettili traccianti. Di 3.100 mitragliatrici solo 120 avevano il treppiede per il tiro contraereo. Questo studio metteva in risalto l’inadeguatezza della difesa contraerei, ma poiché la difesa contraerei era responsabilità della Milizia Contraerea, si volle vedere un attacco di Bellomo, assai tiepido verso il regime, alla Milizia. Vi fu uno scontro violentissimo fra Bellomo ed il luogotenente generale Guidoni, ispettore della Milizia Contraerea. Il fatto ebbe ripercussioni. Si sfiorò il duello fra i due. Ma ormai Bellomo era considerato elemento pericoloso per il regime, dal carattere polemico e inaffidabile..
Alla successiva valutazione a generale, i meriti professionali di Bellomo non vennero presi in considerazione. Bellomo fu messo «sottoriga» e non venne promosso. Il generale Baistrocchi, colui che voleva fascistizzare l’Esercito, pare fu determinante per il giudizio.
Indignato per l’ingiustizia, fiero di carattere, come ampiamente dimostrerà nei momenti terminali della sua esistenza, rassegnò le dimissioni dall’esercito.
Passano gli anni in cui Bellomo si ritira a vita privata, ma nel secondo conflitto mondiale, Bellomo viene richiamato in servizio nel 1941 con il grado di generale di brigata. Viene assegnato a Bari, quale comandante del Presidio militare e promosso generale di divisione
Dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, Bellomo venne nominato Comandante della XII Zona della Milizia, con competenze su Puglia e Lucania.

L’intenzione del nuovo governo era di depotenziare gradualmente la milizia, operazione difficile e complicata per sradicare una organizzazione presente e insediata da vent’anni.
Nell’individuazione di elementi da considerare politicamente pericolosi perché troppo ancorati al regime fascista, Bellomo si trovò a districarsi da un vortice di denunce e delazioni cui reagì con severità ma buon senso. Aveva in animo di sostituire tutti i comandanti delle zone della milizia con generali dell’Esercito Bellomo operò con il consueto rigore in quel compito ingrato ed anche pericoloso, sempre senza tentennamenti e con estrema decisione, ma procurandosi altre antipatie, se non odio e larvate minacce.
L’armistizio dell’8 settembre lo trovò a Bari ed il 9 si rese protagonista di una brillante impresa per impedire a unità tedesche di impadronirsi, per sabotarlo, del porto di Bari. Bellomo guidò tre vittoriosi assalti costringendo i tedeschi alla resa. Aveva a disposizione una sessantina di uomini. Lui stesso rimase ferito.
Questa azione fu compiuta da Bellomo di sua iniziativa, ben conscio che il possesso del porto era una garanzai per il controllo di tutto il basso Adriatico e di importanza capitale per le truppe dislocate in Grecia e nell’Egeo.
Il giorno successivo gli inglesi ebbero la disponibilità del porto di Bari. Risulta che il Captain Campbell ringraziasse pubblicamente e calorosamente Bellomo per la sua collaborazione.
Il 14 settembre il generale Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito designò il generale Bellomo quale Comandante della «Piazza Militare di Bari». Questo incarico, non previsto da alcuna regolamentazione, dava al generale Bellomo tutti i poteri militari e civili (perfino il Prefetto passava alle sue dpendenze). Il compito era di mantenere a qualunque costo l’ordine nella città e di difenderla da attacchi germanici.
Questo incarico particolare, che durò diciotto giorni, fu tra i più difficili e tormentati della sua carriera.
La difesa dell’ordine pubblico era complessa e pericolosa. Incertezza, nervosismo nella popolazione, attività di gruppi eversivi, resistenze degli elementi fascisti, rappresentavano un pericolo anche personale (Bellomo aveva ancora il braccio al collo per le ferite riportate il 9 settembre). Tuttavia, Bellomo mantenne con estrema energia ed anche durezza il controllo della situazione.
Al tempo stesso, però, Bellomo, pur se nominato Comandante della Piazza Militare, era in situazione di disagio e di grande tensione con il Comandante del IX Corpo d’Armata, il generale Lerici, superiorte a lui per grado, che non gli dava cooperazione. Vi erano palesi incertezze circa poteri e responsabilità. Bellomo si lamentò della situazione con il generale Roatta, Capo di Stato Maggiore, ma i dissapori e le tensioni anche palesi fra Bellomo e Lerici non si placarono ed ebbero un seguito nelle successive drammatiche vicende.
Gli inglesi avevano completato il controllo sul territorio, porto di Bari, stazioni radio, stampa tutto era sotto il loro controllo.
Il 24 gennaio 1944 il generale Bellomo venne invitato a presentarsi al comando del Distretto inglese. Là un ufficiale superiore dell’intelligence inglese gli disse che aveva avuto ordine di fermarlo e gli chiese di dargli la pistola. Bellomo, pur se sorpreso, pensando a un equivoco e non volendo creare confusione, glie la consegnò.
L’ufficiale inglese accennò anche a un episodio avvenuto il 30 novembre 1941 nel campo prigionieri di Torre Tresca, dove un ufficiale inglese venne ucciso ed un altro ferito durante un tentativo di fuga.
Qua bisogna riarrotolare la storia e tornare al 30 novembre 1941
Cosa successe a Torre Tresca il 30 novembre 1941, una domenica
In questa località, in provincia di Bari, era stato organizzato un campo per prigionieri di guerra anglo-americani. Il campo, attivo dal 1941 al 1943, era alle dipendenze del IX Corpo d’Armata. Si trattava di una baraccopoli, delimitata da un recinto di filo spinato. All’epoca vi erano rinchiusi una dozzina di ufficiali ed una sessantina di soldati. Comandante del campo era il capitano Sommavilla.
Due ufficiali inglesi, giunti da due o tre giorni, il capitano George Playne ed il tenente Roy Cooke si resero conto dell’esistenza di un varco nella recinzione e tentarono la fuga; erano in divisa e senza mappe. Erano circa le 16. Una pattuglia si lanciò alla loro ricerca e i due vennero ricatturati e riportati in baracca. Il capitano Sommavilla volle impartire loro una punizione, li colpì con il calcio della pistola, li mise in cella di punizione e forse legò loro le mani dietro la schiena. Fu informato subito il comando Presidio a Bari e il generale Bellomo, in borghese ma armato di pistola, si diresse immediatamente a Torre Tresca. Vi arrivò che era praticamente buio. Fece una violenta sgridata al capitano Sommavilla che non si era curato di prendere misure atte a impedire ulteriori tentativi di fuga e non aveva neanche verificato da dove i prigionieri fossero fuggiti. Fece una plateale sgridata anche alle sentinelle che non avevano fatto il proprio dovere e ordinò che i due prigionieri mostrassero dove era il varco da cui erano fuggiti.
Durante il percorso la confusione crebbe, Bellomo urlava ordini che pochi capivano, i prigionieri un po’ camminavano, un po’ si fermavano, le guardie li spingevano, al buio qualcuno inciampò. Quando arrivarono in prossimità del varco, in una grande confusione e nell’oscurità, i due prigionieri tentarono di nuovo la fuga. Bellomo allora ordinò il fuoco su di loro. I due uffciali inglesi caddero quasi subito, accorse l’ufficiale medico che li fece trasportare immediatamente all’ospedale di Bari, dove il capitano Playne vi giunse cadavere. Il tenente Cooke, ferito a una natica ed alla gamba si salvò.
Da parte italiana vennero fatte delle inchieste sull’accaduto: una da parte del generale Jengo, ispettore per i campi di prigionia e di cui erano noti i sentimenti poco amichevoli verso Bellomo. I responsabili del campo di prigionia dettero risposte tali da attribuire l’intera responsabilità dell’accaduto a Bellomo. Due successive inchieste nel 1942 da parte rispettivamente dei generali De Biase e Adami-Rossi riconobbero entrambe la non responsabilità di Bellomo.
L’avvenimento poteva sembrare dimenticato o almeno archiviato, fino a quel 24 gennaio 1944 in cui il generale Bellomo fu fermato dagli inglesi e poi incarcerato.
Il processo al generale Bellomo fu preceduto da una lunghissima prigionia, durata esattamente diciotto mesi, spesso in regime di isolamento. Oltre tutto il generale non conosceva l’esatta portata delle accuse. Solo il 19 giugno 1945 gli fu comunicato che era considerato prigionieroi di guerra e incolpato per la morte del capitano Playne ed il ferimento del tenente Cooke.
Durante quel tempo Bellomo completò due relazioni circa il suo comportamento dall’armistizio in poi. Definì la sua opera pronta, energica, dura, di ardita uiniziativa, non meravigliandosi dell’odio, delle calunnie, della sete di vendetta contro di lui. Non mostrò alcun cedimento morale; anzi, continuava a denunciare gli ufficali che a suo parere avevano tenuto comportamenti contrari all’interesse di difesa della Patria, fra cui il già citato generale Lerici, Comandante del IX Corpo d’Armata. Bellomo era rimasto un accusatore implacabile.
Il processo a Bellomo si aprì a Bari il 23 luglio 1945 con il capo d’accusa d’aver commesso crimini di guerra il 30 novembre 1941 per istigazione ad uccidere due ufficiali inglesi prigionieri nel campo di detenzione di Torre Trasca.
Il 28 luglio venne emessa la sentenza di morte mediante fucilazione.
Il processo fu chiaramente irregolare. Venne condotto secondo il codice penale di guerra inglese e l’intero dibattito si svolse il lingua inglese. A Bellomo non fu consentito di avere un difensore di fiducia italiano (No Italian lawyer at this time has the right of audience before a British Military Court) ed ebbe un difensore d’ufficio inglese.
Il comandante del campo di Torre Tresca, il capitano Sommavilla non fu convocato, in quanto non rintracciato.
Alcune guardie del campo testimoniarono che fu il generale Bellomo a sparare e non le sentinelle. I testimoni parlavano del grande terrore che il generale Bellomo incuteva. Bellomo chiese che venissero presentati i due già citati rapporti dei generali De Biase e Adami-Rossi che lo scagionavano completamente, ma i due rapporti non furono rinvenuti né al Comando del IX Corpo d’Armata né il quello del Comando Presidio di Bari, dove dovevano essere custoditi e sorge spontaneo il dubbio che i rapporti siano stati fatti sparire da chi voleva Bellomo condannato.
Nessuna delle prove e delle testimonianze richieste da Bellomo fu prodotta al processo.
Il tenente Roy Cooke, promosso capitano, fu il principale testimone d’accusa, ma
Il problema fondamentale, su chi avesse sparato, non è stato chiarito. Nonostante ciò la corte espresse ugualmente il suo giudizio di condanna capitale.
Il generale Bellomo venne fucilato a Nisida all’alba di martedì 11 settembre 1945.
Rifiutò di inoltrare domanda di grazia, che sarebbe stata accolta, come avvenne per esempio con il Feldmaresciallo Kesserling, il comandante supremo delle forze tedesche in Italia, anche lui condannato a morte da un tribunale militare inglese, ma graziato. Troppo orgoglioso e rigido anche con sè stesso era Bellomo per inoltrare una domanda di grazia sapendosi innocente.
A testimonianza della grandezza del suo animo, lasciò scritte queste nobili parole.
«Chiedo solennemente che, dopo l’esecuzione della sentenza, si compia un atto di autentica giustizia, ordinando il rifacimento del processo, facendo raccogliere le mie richieste di testimoni e documenti concludendo con queste nobili parole Lo chiedo per la mia memoria e per l’onore degli inglesi»
Il governo italiano non riconobbe la sentenza. Bellomo mantenne il suo grado, fu decorato dopo la sua morte con la medaglia d’argento per i fatti del 9 settembre 1943, e nel 1976, il 27 novembre, le sue spoglie furono traslate con tutti gli onori nel Sacrario per i Caduti d’Oltremare a Bari
Qua potrebbe finire la storia eroica e drammatica di questo magnifico ufficiale italiano, anche se il processo non fu mai rifatto, ma tre sono gli interrogativi che ci pare dover porre.
Il primo: che denunciò agli inglesi il generale Bellomo?
Il secondo: come mai nessuna autorità italiana né militare né politica intervenne durante la prigionia e durante il processo?
E terzo: come si spiega l’accanimento degli inglesi a voler giustiziare un generale italiano, a guerra ampiamente conclusa, sulla base di prove inattendibili?
Molte inchieste sono state effettuate, ma senza risultati certi.
La delazione, secondo lo stesso Bellomo, fu fatta per vendetta e il sospetto corre su un gruppo di ufficiali della milizia che lui aveva denunciato. Ma non c’è alcuna prova. Non c’è dubbio, comunque, che la denuncia venne fatta da italiani per togliere di mezzo Bellomo.
Il secondo interrogativo è senza risposta. Non solo le autorità nazionali non intervennero, ma si può pensare di peggio. La sparizione dei verbali che scagionavano Bellomo e che non furono mai ritrovati indicano una volontà di non volerlo difendere. Le accuse di tradimento mosse da Bellomo, anche durante la prigionia, non solo al generale Lerici, ma anche ad altri generali, fanno intravedere una sorda lotta in cui il più debole, cioé Bellomo, doveva essere messo a tacere.
Sul terzo interrogativo, sulla condotta illegittima del processo, si sono levate critiche anche in Inghilterra. Nel 1993 un giornalista britannico, Richard Lamb ha denunciato i crimini di guerra compiuti dagli inglesi contro gli italiani e affermò che il processo a Bellomo non fu un processo giudiziario ma politico.
Si può quindi affermare che il generale Bellomo non fu giustiziato, ma fu ucciso. Ed il titolo del libro di Giovanni Di Giovanni Bellomo, un delitto di Stato ci riporta a molte ombre che oscurano l’alba della repubblica italiana.
Gen. Giorgio Blais
Rassegna stampa
https://www.civico20news.it/sito/articolo.php?id=44423
http://www.viavaiblog.it/la-rinascita-dell-esercito-italiano-in-mostra-a-torino/
https://www.laportadivetro.org/cala-il-sipario-sulla-mostra-i-gruppi-di-combattimento-dellesercito/
https://www.civico20news.it/sito/articolo.php?id=44388
https://www.civico20news.it/sito/articolo.php?id=44544
https://www.laportadivetro.org/il-mese-della-resistenza-una-mostra-sui-gruppi-di-combattimento/
https://iltorinese.it/2022/05/01/la-rubrica-della-domenica-di-pier-franco-quaglieni-145/
